Aldo De Benedetti nacque a Roma il 13 agosto 1892 da una famiglia israelita Risale al 1918 la prima opera teatrale “L’amore stanco”. Con il debutto di “Non ti conosco più” (Teatro Argentina 1° aprile 1933) inizia la stagione più fortunata. Nel 1936 scrive “Due dozzine di rose scarlatte”, Nel 1937 Sarah Ferrati, con Armando Falconi e Nino Besozzi, rappresenta Trenta secondi d’amore. Contemporaneamente all’attività teatrale, De Benedetti si dedica anche al cinema, scrivendo innumerevoli soggetti, sceneggiature e riduzioni da proprie commedie. Ormai De Benedetti è conosciuto e apprezzato in Italia e all’estero, ma ciò non impedisce che nel 1938, a seguito delle leggi razziali antisemite, l’autore venga costretto al silenzio. Obbligato all’inattività nel campo teatrale, egli continua a lavorare per il cinema grazie all’aiuto di registi come Blasetti, Camerini, Zavattini, De Sica e di produttori come Amato, che gli permettono di realizzare decine di sceneggiature, tuttavia senza che la sua firma possa comparire. Sono sette anni di attività intensissima, dalla quale escono alcune tra le più belle sceneggiature del cinema italiano di quegli anni: “Assenza ingiustificata”, “La casa del peccato”, “Maddalena, zero in condotta”, “Ore 9 lezione di chimica, e molte altre. Con “Lo sbaglio di essere vivo”, (Teatro Eliseo Roma 4 luglio 1945) De Benedetti riprende la sua attività teatrale. Si tratta di una commedia amara, nella quale l’autore denuncia la propria condizione di ebreo e le sofferenze patite durante la guerra. Fanno seguito “L’armadietto cinese” (1947), “Gli ultimi 5 minuti” (1951), “Buona notte, Patrizia” (1956) e “Da giovedì a giovedì” (1959), con le quali l’autore riacquista il proprio consueto buonumore. Gli ultimi testi teatrali risalgono al 1964 (Paola e i leoni) e al 1966 (Un giorno d’aprile), ma l’impegno pubblico di De Benedetti, divenuto membro del Consiglio Internazionale Autori Opere Drammatiche, non viene meno sino agli ultimi giorni.
L’autore muore a Roma nel 1970.
Abilissimo tessitore di trame per film di genere, sostenuto da un’immaginazione fervida nel passare in rassegna tutte le possibili complicazioni e gli sviluppi imprevisti derivanti da un evento iniziale, De Benedetti appare insuperabile nell’architettare meccanismi di altissima precisione, che magari non brillano per l’originalità delle singole trovate, ma che, tuttavia, se esaminati nel loro complesso, rivelano nel loro artefice una scienza della costruzione drammaturgica rara e un “orecchio” felicissimo nel concepire sequenze dialogiche governate da un ritmo frizzante. |